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Gruppo di ricerca su "Linguaggi giovanili: hate speech e hate words"

Coordinatore
Prof.ssa Donatella Pacelli – professore ordinario LUMSA

Componenti
Francesca Comunello (LUMSA)
Marzia Caria (LUMSA)
Paola Dalla Torre (LUMSA)
Francesca Ieracitano (LUMSA)
Piero Polidoro (LUMSA)
Caterina Verbaro (LUMSA)

Partenariati nazionali e internazionali
Università: “Sapienza” di Roma; Università di Augsburg (Germania);
Enti/Associazioni: Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom); Comitato ministeriale “Media e Minori” (MISE); ACMOS-ASSOCIAZIONE.

Obiettivi della ricerca
Secondo il rapporto EuKidsonline (2011), la frequentazione di hate sites è considerato uno dei nuovi rischi online cui possono andare incontro i giovani europei. Il 12% di soggetti di età compresa tra gli 11 ed i 16 anni ha visitato questi siti; il rapporto diviene pari a 1 su 5 (21%) se ci si sposta alla fascia di età compresa tra i 15 ed i 16 anni. Per quanto riguarda il nostro paese, le "parole per ferire" sono andate ad alterare il vocabolario della lingua italiana introducendo categorie di parole che - anche quando non sono riconducibili a stereotipi negativi -  risultano dichiaratamente insultanti o vengono utilizzate con tale finalità (De Mauro, 2016). Linguistica e letteratura italiana recepiscono la forza antagonista e alternativa di linguaggi e narrative generazionali, tuttavia davanti alla complessità delle dinamiche sociali, culturali, simbo¬liche che circondano linguaggi scritti o postati per incitare atteggiamenti e comportamenti antisociali, si avverte l’urgenza di una riflessione multidisciplinare, capace di andare in profondità e rintracciare le radici delle pratiche di hate speech all’interno di testi e contesti che ne hanno assecondato e normalizzato l’assunzione.
Autori, spettatori o vittime dei linguaggi d’odio si incontrano in diversi ambienti comunicativi al cui interno le pratiche discorsive e le norme d’uso si mescolano, offrendo una visione distorta del danno, provocato o subito. Basti pensare all’emergere di pratiche quali sexting e cyberbullismo che vedono ragazzi e ragazze protagonisti di azioni di cui non colgono la pericolosità (Vandebosch, Van Cleemput, 2008). Forme espressive qualificabili come hate speech dominano il web (Comunello, Mulargia, Parisi, 2016) ma rimbombano anche nelle narrazioni dei media mainstream, e quindi in ambiti che - proprio in quanto più tradizionali e convenzionali - ancora si prestano ad offrire al pubblico di tutte le fasce d’età, le modalità attraverso cui una società comunica se stessa e presenta modelli di ruoli e relazioni (Pacelli, 2014).
Recenti indagini sul rapporto media minori (Libro Bianco sulla comunicazione, 2017) fanno emergere, come la tutela dei più giovani e la loro formazione rispetto ai pericoli presenti nella rete e nei media in generale, debba rappresentare un impegno condiviso dell’intera società civile. Non a caso, l’impegno assunto da organismi attenti ai pubblici più giovani, come il Comitato Media e minori, non si limitano a stigmatizzare la nocività di contenuti che esprimono odio, ma si ispirano all’istanza irrinunciabile del rispetto dell’alterità, promuovendo l’uso consapevole di tutte le piattaforme oggi disponibili. Partendo dalle premesse suddette e assumendo la prospettiva di analisi della media ecology (Postman, 2010), la ricerca intende esplorare i linguaggi, le pratiche, gli ambienti e i temi che permettono una interpretazione del fenomeno dell’hate speech e dell’hate words presso i giovani, ma anche una ricognizione delle risposte offerte dalla società civile e dalle istituzioni.

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