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Il consulente finanziario, tra l’umano e il robo

La Consob, nel suo Quaderno FinTech n. 6 di dicembre 2019 ha pubblicato un contributo cofirmato da Nadia Linciano e Paola Soccorso (Consob), Claudio Giannotti (Università LUMSA) e Massimo Caratelli (Università degli Studi Roma Tre) dal titolo Valore della consulenza finanziaria e robo advice nella percezione degli investitori. Evidenze da un'analisi qualitativa.

Il lavoro parla della consulenza finanziaria gestita da robo advisor digitali un fenomeno che solo nel 2019 ha visto un volume complessivo di masse gestite pari a 980 miliardi di dollari e che si stima arriverà a 2.552 miliardi di dollari nel 2023 con 147 milioni di clienti serviti (vedi Quaderno Consob).  

Il contributo esamina l’atteggiamento degli investitori proprio verso la consulenza finanziaria gestita su una piattaforma digitale dai robo advisor, grazie ad algoritmi, per capire se tale consulenza possa ridurre l’advice gap, ossia consentire alla massa di investitori che oggi non beneficiano di un supporto professionale per i propri investimenti di avere un servizio di consulenza qualificato; la Consob stima infatti che in Italia solo il 20% degli investitori italiani si avvalga dei consigli di un consulente finanziario dedicato, mentre circa il 40% si rivolge principalmente ad amici, parenti e colleghi. Il fenomeno riguarda soprattutto i piccoli risparmiatori che vedono la consulenza “tradizionale” come un servizio costoso e che necessita di cospicui capitali d’investimento.

Quali sono i fattori che possono favorire l'accettazione della tecnologia in questo campo e accelerare la propensione verso il canale digitale? Lo studio procede attraverso focus group e interviste individuali somministrate agli utenti di un robo advisor assai noto nel panorama nazionale.

I partecipanti ai focus group hanno permesso di determinare tre distinti livelli di percezione, legati rispettivamente alla sfera attitudinale, emotiva e razionale. Il quadro complessivo che ne deriva mostra utenti curiosi verso il digitale che apprezzano l’innovatività, l’oggettività e la “democraticità d’accesso” delle prestazioni fornite e la comodità del mezzo (che tra l’altro consente di non subire la pressione di un consulente umano) ma delinea anche una serie di insicurezze e perplessità legate all’assenza di un contatto umano stabile, alla paura di dover decidere in autonomia, complice una bassa cultura finanziaria e al timore della sicurezza dei propri dati nella rete.

I risultati dello studio mostrano che i partecipanti alla rilevazione sono interessati per lo più a un modello ibrido: una consulenza automatizzata capace di fornire al bisogno l'assistenza di un consulente umano.

L'indagine ha fornito ulteriori elementi utili anche in tema di educazione finanziaria, in particolare sulla capacità educativa del consulente, che gli investitori reputano punto di riferimento importante nel processo di investimento.

Pubblicato il 16/01/20 in : IN EVIDENZA
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