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Prof. Andrea Stazi, Public Policy & Gov’t Relations Manager di Google

di Luigi Crimella

Con la ‘data driven innovation’ nuovi scenari tecnologici e di mercato

Chi non conosce Google alzi la mano! È una domanda lecita, di fronte a quello che possiamo tranquillamente definire un autentico fenomeno tecnologico, borsistico e culturale dei nostri giorni. Google oggi è presente col suo sistema operativo Android su oltre il 70 per cento dei 3 miliardi di smartphone circolanti nel mondo; raccoglie più dei due terzi delle ricerche globali sul web col proprio finora imbattibile motore di ricerca; domina il vasto campo dei servizi online tramite decine  di applicazioni famose a tutte le latitudini; man mano ha allargato i suoi interessi e campi di azione acquisendo oltre 160 società dei più svariati settori e ultimamente si è lanciata in ricerche all’avanguardia, se non futuribili, quali robotica, realtà aumentata, auto senza pilota, biotecnologie, intelligenza artificiale, pagamenti elettronici, domotica e così via. Quando nel settembre 1998 (solo 19 anni fa!) i due giovani studenti dell’università di Stanford, Larry Page e Sergey Brin, fondarono la loro “startup”, forse non si immaginavano che neanche vent’anni dopo l’azienda sarebbe diventata un colosso globale e un vero e proprio paradigma della nuova economia digitale. Google fece il suo esordio in borsa nel 2004 con un valore per azione al momento della Ipo di 100 dollari. Da allora è stato un crescendo di successi tecnologici, di mercato e borsistici, fino all’attuale quotazione di quasi 830 dollari, dietro cui c’è un fatturato di oltre 90 miliardi, un utile netto nel 2016 di 19 miliardi e una forza-lavoro di 60 mila addetti di altissima qualità nelle sue oltre 100 sedi in una cinquantina di paesi. Confluita due anni fa nella holding Alphabet Inc, quotata al mercato Nasdaq con una capitalizzazione di circa 580 miliardi di dollari, Google oggi risulta anche la realtà che detiene, insieme a poche altre società quali Apple, Amazon, Facebook, Microsoft, Twitter ecc. una incredibile mole di “dati”, derivanti dai suoi numerosi servizi online. È per questa ragione che abbiamo chiesto una intervista a questa realtà che, per antonomasia, si può considerare “regina” dei Big Data. Risponde il prof. Andrea Stazi, che in Google Italia ricopre il ruolo di “Public Policy and Government Relations Manager”. Stazi è incaricato della rappresentanza della società con il governo, le autorità di regolamentazione e realtà terze, in particolare per quanto attiene alla concorrenza, diritto dei media, privacy, sicurezza e sorveglianza. È professore associato di diritto comparato all’Università Europea di Roma e in precedenza ha ricoperto il ruolo di consigliere del presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom).

Oggi si parla molto di big data come fattore chiave per l’innovazione, qual è il punto di vista di un’azienda come la vostra?
STAZI – “Non c'è dubbio intorno al fatto che l'analisi dei dati - ciò che noi chiamiamo ‘smart data’ - è un fattore chiave dell'economia di oggi e della crescita di domani. Non contano tanto i big data quanto il loro utilizzo intelligente. Oggi nel mondo vengono generati più dati che mai e la tecnologia può aiutarci a dare ad essi senso e utilità per migliorare le nostre vite. Vi è ora un computer nel mezzo della maggior parte delle operazioni economiche. Queste operazioni mediate dai computer consentono la raccolta e analisi dei dati, la personalizzazione e customizzazione dei prodotti o servizi, la sperimentazione continua a costi limitati, l’internazionalizzazione e l'innovazione commerciale e contrattuale. Sfruttare al massimo le potenzialità di questi nuovi strumenti richiede d’altronde un’adeguata attenzione alle opportunità esistenti ed una crescente sofisticazione nella conoscenza dei modi in cui utilizzare i dati che sono ora a disposizione. Si pensi ad esempio a un’impresa che oggi grazie a Google Trends e a Global Market Finder è in grado di capire quali sono i Paesi e dunque i mercati in cui determinate ricerche in merito a certi prodotti o servizi vengono effettuate con maggior frequenza e dunque indirizzare al meglio una strategia di internazionalizzazione per raggiungere tali mercati. I dati sono una risorsa per natura rinnovabile e non rivale nel consumo, ragion per cui è fuorviante definirli ‘il nuovo petrolio’. L'utilizzo e il riutilizzo dei dati già raccolti, quindi, è uno dei modi più efficaci in cui le imprese stanno creando incessantemente nuovi prodotti e servizi. Anche quando l’espressione ‘big data’ non desterà più l’interesse attuale, i dati continueranno ad essere un driver per l’innovazione e la soluzione dei problemi concreti.
Tutti quei nuovi prodotti, servizi e processi oggi ottenibili grazie ai dati non sono ‘big data’, ma ‘data driven innovation’, ossia innovazioni rese possibili dai dati”.

Quali sono gli effetti economici e gli impatti sociali della data driven innovation?
STAZI – “L’innovazione resa possibile dai dati rappresenta un’opportunità immensa non soltanto per le imprese di Internet, ma per l’intera economia, la società e i cittadini in generale. Non sono solo le aziende on-line a raccoglierne i frutti. Le piccole imprese vendono di più e sprecano meno. I consumatori ottengono ciò che vogliono in modo più rapido ed economico. Le università e gli ospedali di ricerca rivoluzionano l'assistenza sanitaria attraverso la genetica, la diagnostica e la medicina personalizzata. O ancora, si pensi a ciò che è possibile fare applicando l’innovazione data driven alla tecnologia green: Global Fishing Watch, una piattaforma tecnologica in versione beta di recente lanciata da Google in collaborazione con Oceana e SkyTruth, ad esempio, è destinata ad aumentare la consapevolezza delle attività di pesca e  influenzare la politica sostenibile attraverso la trasparenza, combinando la tecnologia di cloud computing con i dati satellitari per fornire la prima visione globale al mondo delle attività di pesca commerciale. Secondo uno studio di McKinsey, soltanto negli Stati Uniti l’utilizzo efficiente dei dati potrebbe generare circa 300 miliardi di dollari di valore per il settore della salute. Allo stesso modo, nell’Unione Europea i dati potrebbero generare un valore di circa 250 miliardi di euro annui nel settore della pubblica amministrazione. Inoltre, i dati favoriscono lo sviluppo anche in altri settori. I programmi di apprendimento personalizzati forniscono agli studenti un utile strumento per valutare i loro progressi, meglio dei vecchi e stressanti test. I dataset anonimi degli ospedali possono aiutare a migliorare l’efficienza dell’intero settore e a prendere decisioni migliori sulla nostra salute. Ancora, i dati sui crimini violenti, ad esempio, hanno aiutato la comunità di Camden in New Jersey ad intervenire per ridurre i reati”.

Passiamo alle questioni regolatorie: la data driven innovation è compatibile con privacy e concorrenza?
STAZI – “L’innovazione resa possibile dai dati è di per sé senz’altro compatibile con la privacy e la concorrenza. È l'uso improprio dei dati, non la loro raccolta come tale, che dovrebbe preoccuparci. Un approccio basato sulla libertà di accesso all’informazione, sulla sicurezza, sulla portabilità dei dati e sulla sensibilizzazione e responsabilizzazione degli utenti permette sia di lasciare spazio allo sviluppo dell’innovazione sia di tutelare la privacy e la libera concorrenza sul mercato a beneficio dei consumatori. Un sistema flessibile di informazione degli utenti su ciò che viene raccolto e la fornitura ad essi di strumenti di gestione e scelta rispetto ai modi in cui questi dati possono essere utilizzati (che restino al passo con lo sviluppo di nuovi usi), consente allo stesso tempo il controllo da parte degli utenti e la possibilità di innovare da parte delle imprese. La privacy degli utenti d’altronde, fermo il necessario rispetto della disciplina vigente in materia, varia a seconda delle persone e delle situazioni e proteggerla è dunque una sorta di responsabilità condivisa: se da un lato il compito delle imprese consiste nel comunicare in maniera trasparente cosa fanno e fornire agli utenti strumenti per controllare i loro dati, dall’altro il compito degli utenti è utilizzare queste informazioni e questi strumenti facendoli coincidere con il proprio concetto soggettivo di privacy. Sistemi di sicurezza avanzati ed efficaci, gestione dei dati in capo agli utenti e trasparenza sui modi in cui i dati possono essere utilizzati permettono a Google di essere un operatore responsabile nella gestione delle informazioni degli utenti mentre utilizza questi dati per fornire loro prodotti e servizi migliori”.

Che tipo di accorgimenti avete adottato per garantire sicurezza, affidabilità e privacy?
STAZI – “I nostri esperti di sicurezza lavorano incessantemente su nuovi modi per proteggere i dati e mantenerli al sicuro da intrusioni da parte dei criminali e perfino dei governi. Per quanto riguarda la gestione dei dati e la trasparenza, Google lavora di continuo per fornire informazioni sempre migliori agli utenti e proprio di recente abbiamo creato un sito web ad hoc sulla privacy che spiega quale utilizzo viene fatto dei dati e come è possibile gestire le proprie impostazioni su Google. Allo stesso modo abbiamo sviluppato un unico servizio, Account personale, che permette agli utenti di avere una panoramica su tutti i servizi che offriamo e sugli strumenti per modificare le impostazioni, cancellare le informazioni etc.; dal lancio ad oggi oltre un miliardo di persone hanno utilizzato Account personale. I dati di un recente sondaggio di YouGov mostrano che più della metà dei millennial italiani ha utilizzato la stessa password per alcuni o per la maggior parte dei propri account, mentre il 19% ha usato la parola "password" o una serie di numeri in sequenza come password d’accesso. Sono segnali che evidenziano quanto sia importante comprendere i presupposti di un comportamento sicuro online e imparare a tenere al sicuro i propri dati. Per questo accanto alle innovazioni di prodotto e alla tecnologia, in Italia abbiamo messo in campo una serie di iniziative per promuovere l’utilizzo del web in maniera consapevole. Tra le altre, ricordo ad esempio il tour ‘Vivi Internet al Sicuro - Il Minuto della prevenzione digitale’, una campagna di sensibilizzazione sui temi della sicurezza online che abbiamo realizzato lo scorso anno insieme ad Altroconsumo, alla Polizia Postale, all’Accademia del Codice di Internet e con la partecipazione del Garante privacy. Dal punto di vista della concorrenza, poi, occorre ricordare come vi siano molte fonti alternative di dati disponibili alle imprese, che riflettono le molteplici modalità in cui gli utenti lasciano oggi una notevole quantità di impronte digitali on-line. Al fine di estrarre valore dai dati, le imprese devono avere soprattutto le capacità manageriali adatte. La storia dell'economia digitale offre molti esempi, come Airbnb, Uber ecc., dove una semplice intuizione delle esigenze degli utenti ha permesso a nuovi player l'entrata e il successo in mercati in cui gli operatori incumbent avevano già avuto accesso ai dati. I dati senza intuizione e capacità di estrarne valore sono sostanzialmente inutili. I dati grezzi sono rispetto alla conoscenza ciò che la sabbia è per i chip di silicio. Sono i dati utilizzati bene, gli smart data, che consentono di ottenere un quadro più ampio, una sorta di conoscenza integrata. Stiamo solo iniziando a scoprire nuovi modelli di sviluppo e comprensione della realtà, di enorme valore economico e sociale. Dunque, per costruire un vantaggio competitivo sostenibile nell’economia digitale ricca di dati, piuttosto che semplicemente accumulare grandi quantità di essi, le imprese hanno bisogno di concentrarsi sullo sviluppo sia degli strumenti sia delle competenze organizzative per consentire loro di utilizzare i dati per fornire valore e benessere ai consumatori in forme prima impensabili”.

Quale potrebbe essere allora il ruolo per la regolazione nello scenario dell’innovazione basata sui dati?
STAZI – “La regolazione dovrebbe proteggere dai pericoli che possono derivare da utilizzi abusivi dei dati. Viceversa divieti tout court riguardo alla raccolta e al trasferimento dei dati rischierebbero di limitare l’innovazione. Restrizioni eccessive sulla combinazione e il riutilizzo o sui trasferimenti internazionali dei dati, oppure requisiti dettagliati sul consenso degli utenti, potrebbero costituire una barriera notevole per l’innovazione resa possibile dai dati. In prospettiva, è importante identificare quelle aree delle normative esistenti che già disciplinano pericoli concreti, come ad esempio quelli relativi alla discriminazione a seguito di tecniche di profilazione, che potrebbero essere disciplinati dalla legislazione a tutela dei consumatori. Eventuali riforme dovrebbero invece focalizzarsi esclusivamente sulle lacune normative.

(26 febbraio 2017)

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