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Andrea Di Maio, docente di Filosofia - Università Gregoriana (Roma)

di Luigi Crimella

Filosofia e cristianesimo di fronte ai Big Data

Con l’accesso al web e la creazione, per lo più inconsapevole e involontaria, di Big Data sempre più abbondanti da parte di ciascuno di noi, si va costituendo un patrimonio di notizie personali gigantesco, depositato nelle memorie di realtà quali Google, Facebook, Amazon, delle amministrazioni pubbliche e di una miriade di società che offrono servizi di e-commerce nei più disparati settori commerciali. Oltre che sul piano della privacy e della regolazione, l’utilizzo dei Big Data pone questioni di natura etica e filosofica: qual è il senso di quanto l’umanità va accumulando nel “cloud”? Si tratta di un patrimonio informativo di natura collettiva o individuale? Pubblico o privato? E inoltre, dal punto di vista della teologia e spiritualità, in che rapporto si colloca questa nuova dimensione culturale rispetto ai valori millenari dell’umanesimo cristiano? Abbiamo posto tali questioni al Prof. Andrea Di Maio, titolare della cattedra di Introduzione alla Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, al cui interno ha diretto il curriculum di Filosofia cristiana e la Scuola di Lessicografia fondata da padre Roberto Busa, che aveva realizzato con il supporto di IBM, l'Index Thomisticus, prima banca dati lemmatizzata. Il Prof. Di Maio è spesso docente invitato di filosofia e teologia bonaventuriane presso la Pontificia Università Antonianum e l’Università Pontificia “Regina Apostolorum” di Roma. Su questioni di informatica umanistica ha pubblicato: Il Metodo lessicografico di padre Roberto Busa, in “Medioevo” 1990; Il Concetto di Comunicazione, PUG, Roma 1997; e, con Gaetano Piccolo, Roberto Busa: tra “cervello meccanico” e “cervello spirituale”, in “Civiltà Cattolica” 2014, q. 3937.

Ci può offrire una prima valutazione generale di tipo filosofico sui Big Data?
DI MAIO - Bisogna partire dal significato stesso della parola: “data” in latino è il plurale neutro del participio passato (passivo) di “dare” e significa quindi “le cose date”, ossia ciò che è dato o si dà alla nostra esperienza, e più specificamente alla nostra misurazione, memorizzazione ed elaborazione (e, nell’era del computer, soprattutto alla memorizzazione ed elaborazione elettronica). I “dati” sono quindi fondamentalmente informazioni. Ma qui va fatta una riflessione: se il “dato” è un passivo, deve rimandarci a un “datore”; invece noi oggi tendiamo a considerare i dati solo in senso medio-riflessivo: “si dànno”. Poiché ogni dono infatti è simbolo del donatore e a lui deve rimandare, invece i dati che accumuliamo e manipoliamo sono quindi come un dono solo a metà; va bene per il nostro utile, ma se ci fermiamo a questo, ci appiattiamo.

In che senso?
DI MAIO - L’attuale rivoluzione informatica è sia conseguenza che a sua volta causa di un processo riduzionistico: innanzitutto la riduzione della complessità della realtà a un insieme di dati o informazioni; di conseguenza, la riduzione di ogni comunicazione a semplice trasmissione di dati; di nuovo, la estrema moltiplicabilità (all’infinito) di essi e la possibilità di eludere i limiti di spazio e di tempo. La conseguenza più impressionante è l’esternalizzazione, ampliata e condivisa, della memoria: anticamente questa era il recesso più intimo della persona umana; ora è un dispositivo a cui accediamo esternamente e che consultiamo. In fondo, ciò che già era in generale la scrittura, ma in maniera potenziata e interattiva.

Oggi si registra una tendenza a considerare i dati quasi al di sopra delle cose cui attengono. Sarebbero una specie di “sintesi”, dei segnalatori di tendenze, dei “rivelatori” di segreti nascosti nelle cose e nelle persone. Cosa ne pensa?
DI MAIO - Oggi parliamo di “Big Data”. L’aggettivo che esprime grandezza mi fa venire in mente il cosiddetto “paradosso del sorìte” (cioè del mucchio) degli antichi filosofi megarici: quand’è che, aggiungendo un granello dopo l’altro, l’insieme di granelli diventa un mucchio? Non c’è un momento preciso, dipende… Analogamente, possiamo dire che “grandi” riferito a “dati” vada inteso nel senso di “troppo grandi per” essere maneggiati, ovviamente con i mezzi comunemente a disposizione (ma non con altri, più specifici, quali gli algoritmi di analisi). Non che i dati siano materiali, anzi! Le cose sono materiali; invece i dati sono la riduzione delle cose a qualche caratteristica formale e misurabile, ossia a “informazioni” atomiche (come i bits). L’insieme dei dati di una cosa mi può consentire di conoscerla e di riprodurla; ma appunto non sono ancora la cosa, e tanto meno la “stessa cosa”.

I cultori dei Big Data sostengono che tramite gli stessi sarà possibile fare un salto in avanti nella conoscenza dei processi umani, specie di quelli sociali, economici e culturali. Ma è proprio così?
DI MAIO - Stiamo vivendo la più grande trasformazione culturale della storia umana, dopo la nascita del linguaggio in senso stretto (un milione, forse, di anni fa) e di quella della scrittura (circa  cinquemila anni fa); a confronto con queste, la stampa e la radiotelevisione sono state solo un piccolo sviluppo. Il carattere ambivalente della rivoluzione costituita dalla invenzione della scrittura e dell’alfabeto è stato splendidamente descritto da Platone nel Fedro attraverso un mito, una favola filosofica: nell’Antico Egitto, Theuth andò dal Faraone per fargli dono della scrittura da lui inventata, che, nelle sue intenzioni, sarebbe stata un grande ausilio per la memoria e avrebbe reso gli Egizi più sapienti degli altri popoli; ma il Faraone gli obiettò che proprio a causa della scrittura gli esseri umani avrebbero esercitato sempre meno la propria memoria e sarebbero divenuti sempre meno sapienti. Avrebbero imparato meno cose a mente e avrebbero confidato sempre più nei libri; avrebbero discusso sempre più di opinioni altrui, piuttosto che di riflessioni proprie. Il messaggio platonico, al di là del paradosso, era chiaro: meglio l’interattività del dialogo orale che la fissità del testo scritto. E in effetti, nella storia dell’umanità con la diffusione della scrittura è gradualmente venuta meno la capacità degli antichi popoli di tramandare oralmente, per memoria viva, poemi e testi sacri.

Sembra quasi che Platone voglia “resistere” a uno strumento davvero rivoluzionario: la scrittura. Che dire quindi della odierna concorrenza verso i libri e i giornali da parte della rete?
DI MAIO – Rispondo notando che fino a poco fa i libri andavano comunque letti e capiti; occorreva almeno conoscerne l’esistenza e saperli trovare. Ma quella rivoluzione avviata dalla scrittura si è ingigantita e completata con la odierna rivoluzione informatica e telematica: oggi, per molti, sapere è semplicemente raccogliere dati su Google o Wikipedia; molti studenti (ma anche professori) non sanno più scrivere qualcosa di proprio, ma solo far “copia e incolla” di quanto – a volte senza alcun criterio - reperiscono in rete.

Non potrebbe trattarsi di una ulteriore e poderosa evoluzione del metodo per accumulare sapere?
DI MAIO
–  Sì, ma ho alcune preoccupazioni al riguardo. Si pensi all’inversione delle metafore: agli inizi della rivoluzione informatica, venivano usate metafore umane per descrivere il nuovo mondo dei computer: memoria, intelligenza, virus...; adesso, siamo al contrario portati ad usare metafore tratte dall’informatica per descrivere l’umanità, che ci appare quindi molto meno nota a noi delle macchine! Così, tendiamo a pensare il rapporto tra corpo e mente come quello tra Hardware e Software. L’integrazione di dispositivi e procedimenti informatici nella nostra vita umana ha portato alcuni a pensare che siamo ormai nel post-umano. La rivoluzione culturale si manifesta anche nello slittamento di senso che alcune parole, altamente evocative, hanno subìto: si pensi a “navigazione”, “viaggio”, “ricerca”, “amici”, “seguaci”... Tutte queste parole, dal valore altamente simbolico, sono state assunte dai nuovi mezzi di comunicazione e modificate di senso: e non in meglio!

Realtà virtuale, internet delle cose, “amicizie” sui social: siamo proiettati in un mondo nel quale non si capisce più dove finisca l’esperienza concreta e quando si entri in quella artificiale. Come valutare queste nuove possibilità esperienziali?
DI MAIO - La navigazione via web, la teleconferenza, la simulazione sensoriale, gli ologrammi ci dànno modo di viaggiare per il mondo rimanendo comodamente seduti a casa. Ma la vera nuova frontiera è quella aperta dalle cosiddette stampanti tridimensionali, che ci consentono ora di riprodurre a distanza un oggetto (per ora solo con materiali plastici) semplicemente inviandone i dati. Proviamo a lavorare di immaginazione: se potessimo arrivare a riprodurre addirittura il nostro corpo molecola per molecola, cellula per cellula e “stamparlo” o riprodurlo altrove, ci saremmo davvero spostati o bilocati, oppure solamente clonati? E quello trasferito sarei sempre io? Evidentemente, no: l’individualità è irripetibile. Tommaso d’Aquino diceva che ogni cosa possiede oltre alla forma (ciò che oggi costituirebbe la serie di informazioni) c’è anche la “materia”, non in generale, ma “segnata” dalla quantità: ossia il “qui e ora”. Per il soggetto spirituale poi c’è anche un’altra individuazione, che gli deriva dal suo esistere in prima persona. Solo io sono io!

Che ne pensa dei “selfie”, fenomeno del momento?
DI MAIO
- Deve far riflettere lo smodato desiderio di perpetuare e condividere le proprie esperienze con l’autoritratto fotografico o “Selfie”. Qualcuno lo ha interpretato come il desiderio di personalizzare e abbellire ciò che altrimenti sarebbe comune e impersonale; ma mi pare che ci sia dell’altro: è come se in un’epoca in cui le memorie sono esterne e condivise, l’unico modo per attribuirle a sé è quello di “metterci la faccia”. Ma alla lunga, questa operazione è deleteria: finisce per svuotare noi stessi e per ridurre le esperienze più intime a qualcosa di estraneo e triviale. Come acutamente notava una striscia di Makkox, per molti giovani la memoria è qualcosa da riempire, e non da usare: per loro infatti la memoria non è più primariamente una facoltà mentale, ma un dispositivo esterno su cui caricare dati...

Fotografare e “postare” online sta diventando una specie di idolatria?
DI MAIO
- Nel Vangelo di Giovanni, del discepolo amato, entrato nel sepolcro vuoto di Gesù si dice: “e vide e credette”. Oggi, se dovessimo descrivere invece l’atteggiamento del pellegrino (o turista) che, dopo una lunga fila, entra nel Santo Sepolcro, oppure che riceve la benedizione eucaristica, dovremmo dire, purtroppo: “e vide e fotografò”. Per carità, è legittimo volere qualche ricordo e la Chiesa cattolica, pur condannando l’idolatria, ha consentito sempre un certo culto delle immagini e delle reliquie, ma con cautela! C’è invece qualcosa di malsano nella religiosità del fotografare: come pensare che basti cogliere i “dati” per avere la “cosa”; ma il peggio è appunto ridurre il “Dono” per eccellenza a un “dato” manipolabile.

La sua sembra una critica pesante alle memorie di massa…..
DI MAIO
- Mi pare ci sia un rischio oggettivo se non mettiamo in atto una considerazione sapienziale della massa di informazioni. L’incubo che ci viene dal considerare una così gran massa di dati è quello di “sapere tutto” ma “non capire niente”; ricordare tutto, ma dimenticarne il senso; trovare tutto, grazie a Google, ma non saper discernere. Questa è la più pericolosa forma di nichilismo oggi: avere l’archivio, ma non il regesto; la biblioteca, ma non il catalogo; la memoria, ma non la chiave...

Che giudizio ha di quella che chiamiamo “intelligenza artificiale”?
DI MAIO
- Sull’intelligenza artificiale occorre distinguere tra le forme che simulano alcuni aspetti della nostra intelligenza e l’ambizione di costituire forme di vita intelligente artificiale indipendenti che, sebbene non dal punto di vista biologico, sarebbero comunque da considerare, dal punto di vista ontologico, come umane: c’è chi la ritiene una idea assurda e chi la ritiene invece la soluzione di tutti i problemi umani. Sebbene non realistico al momento, non si può però escludere che in futuro si possa arrivare a produrre vita intelligente. Del resto, tutto ciò che la natura può fare, la tecnica lo può in qualche modo rifare. Ma non tutto quello che è tecnicamente possibile, lo è anche moralmente!

Grazie ai procedimenti di intelligenza artificiale è già oggi possibile individuare i nostri gusti, siano essi di tipo estetico, politico, religioso, sessuale ecc. Come valuta queste inedite possibilità di conoscenza delle persone?
DI MAIO
- Quando vediamo il Web 2.0 rimodellarsi sugli utenti, quando gli aggregatori ci fanno leggere le notizie più lette dai lettori, quando riceviamo pubblicità personalizzate in base ai nostri acquisti e alla nostra navigazione in rete, è facile che nasca l’illusione che “dall’altra parte” dello schermo, ma comunque “all’interno del sistema” ci sia una entità intelligente: la Rete (con la maiuscola), o forse sarebbe meglio tradurre la Tela (la rete è di per sé l’infrastruttura). Ma questa strana entità, mezza immanente e mezza trascendente, è in realtà solo una risultante degli atti dei singoli utenti e possessori di domini, che peraltro li condiziona, e non ha una esistenza autonoma. Insomma: non esiste una mente collettiva; semmai la nostra mente individuale esiste in quanto è cooperativa. Così oggi un programma di traduzione automatica probabilmente sa tradurre meglio di me una frase dall’inglese al  cinese; ma sicuramente non sa né l’una né l’altra lingua. In altre parole: finché rimaniamo nell’ambito delle operazioni di manipolazione e delle spiegazioni, in fondo l’intelligenza è del tutto come una macchina; ma quando entrano in gioco la comprensione, l’interpretazione e soprattutto la fondazione di senso, tutto cambia.

Di fronte al crescere dei Big Data ha ancora senso parlare di Dio, specie di un Dio onnisciente? Infatti, se noi uomini possediamo miliardi di miliardi di dati e li sappiamo trattare, allora è come se fossimo già diventati un po’ degli dei ….
DI MAIO
- Paradossalmente, siamo più inclini a fantasticare che dietro allo schermo di un computer ci sia qualche entità intelligente, che a credere che dietro lo schermo della Natura ci sia Dio. Ebbene, in un’ottica biblica, è la Provvidenza di Dio, trascendente e immanente, a dare Esistenza e Senso a tutto. Leibniz, che tra Sei e Settecento è stato il padre della logica moderna – e quindi di quel calcolo senza il quale non esisterebbero oggi i calcolatori elettronici - era arrivato a concepire la realtà come (per così dire) una “internet” di individui (concepiti come monadi), funzionanti e coordinate fra loro, connesse solo in quanto collegate a Dio, ricevendo da lui esistenza, attività e vita. Questo modello è suggestivo, sì, ma ha dei limiti; più o meno gli stessi dell’internet attuale: in fondo ogni individuo rimane una monade e non comunica realmente con gli altri, ma è solo coordinato con loro tramite la rete. Quattro secoli prima, Tommaso d’Aquino aveva acutamente enunciato che la bontà di Dio consiste invece non solo nel far essere anche altre entità, ma anche nel farle agire: anzi, se sembra a noi che Dio, che è la Causa Prima, si sia ritirato dal mondo da lui creato, in realtà è perché lascia agire le “cause seconde” (ossia le realtà e le leggi naturali e soprattutto gli esseri umani), riservandosi di condurre tutto questo a compimento in una realtà trascendente: questo è un bellissimo modello per pensare il mondo e la stessa nostra cooperazione nella Rete!

Si potrebbe dire che la Rete e i Big Data ci costringano a un cambiamento esistenziale profondo?
DI MAIO
- Il problema antropologico, anzi esistenziale, che oggi deriva dalla rivoluzione dell’informazione è la relazione tra “me” e “i miei dati”. I nostri dati sono tutte le informazioni che ci riguardano, dal codice fiscale alle memorie fotografiche, audiovisive... Quell’antico filosofo stoico, sopravvissuto a un terribile naufragio in cui tutto il carico della nave era andato perduto, poteva dire orgogliosamente di non aver perso nulla: “Omnia mea mecum porto”; “tutto ciò che è mio è con me”. Ma lui si riferiva alle proprie qualità umane; infatti gli oggetti materiali ci servono, ma non ci identificano. Ma oggi possiamo dire altrettanto dei nostri “dati”? Se perdessimo i nostri dati, perderemmo la nostra identità sociale, la nostra memoria, anche i titoli di possesso e quindi i nostri beni materiali! Non avere libretto sanitario significa anche perdere ogni garanzia di mantenere la propria salute... I dati non ci sono solo estranei, come le cose, ma ci costituiscono. Ecco perché giustamente siamo così preoccupati di “salvare i dati” costantemente. E il modo più sicuro e pratico di farlo? Nel “cloud”, ossia in una grande memoria condivisa e universalmente accessibile, ma forse proprio per questo più fragile e violabile... Ma questo ci pone un grande problema: fino a quanto e a quando sono sicuri i miei dati? E quanto mi rassicura questo?

Come si approccia il cristianesimo ai Big Data? C’è una qualche consapevolezza filosofica di cosa essi possano rappresentare per l’umanità?
DI MAIO
- Parafrasando la celebre affermazione di Agostino nelle Confessioni, gli uomini si preoccupano così tanto di salvare i propri dati, ma non si preoccupano di salvare sé stessi! A nulla vale “salvare” o “memorizzare” i miei dati su un qualche supporto se poi non “memorizzo” e “salvo” me stesso. Ebbene, proprio il cloud ci offre oggi un’affascinante metafora per tentar di descrivere la “memoria di Dio” in cui salvare noi stessi: “Tutto era scritto nel tuo libro”. E san Paolo dice: “Nulla abbiamo portato in questo mondo e nulla possiamo portarne via”. La condivisione dei dati ci fa un po’ intuire in maniera attuale cosa possa essere la comunione dei santi. Il “tesoro” dei nostri dati più cari “va messo in cielo, dove tarli e tignola non consumano”, e dove né virus, né hacker possono violarli. La resurrezione della carne vuol dire questo: che nessuna delle nostre esperienze, dei nostri vissuti intenzionali (“Nemmeno un capello”) andrà perduto. Questo non va inteso, ci ammonisce Paolo, in senso materiale o animale, ma spirituale: le nostre esperienze (belle, o rese belle) rivivranno eternamente con noi in Dio. Il pericolo non è tanto o soltanto il materialismo, ma anche e soprattutto l’immaterialismo: la fuga nel virtuale, la riduzione del concreto a informazione… Per il Cristianesimo, Dio non si è limitato a mandare un messaggio, a rivelarsi in un Libro sacro: si è invece incarnato. Questo significa presentare il Senso della Vita come un fatto, anzi, come il Fatto decisivo. Il Cristianesimo ha assunto, come direbbe Kierkegaard, lo scandalo della limitatezza spazio temporale. Come potrebbero, proprio i cristiani, operare oggi, nel contesto dei nuovi mezzi, una “disincarnazione”?

Come dovremmo interagire con le formidabili conquiste tecnologiche e scientifiche che sono alla base delle applicazioni Big Data e IOT?
DI MAIO
- Come aveva ben illustrato Eco già nel 1964 a proposito delle nuove forme di cultura di massa, di fronte ai nuovi mezzi gli intellettuali si dividono in apocalittici (che vedono in queste novità la catastrofe) e integrati (che le accolgono senza remore). In realtà, pian piano si deve imparare a gestire i nuovi mezzi con equilibrio. Ad esempio, ricordo quando si diceva che la televisione aveva rovinato le famiglie. Ora la televisione ha il vantaggio di tenere assieme le persone davanti a un unico schermo! Certo, meglio sarebbe che quando si è riuniti per il pasto in famiglia ci si guardi in faccia, piuttosto che guardare tutti lo schermo della televisione; ma guardare tutti lo schermo della televisione è comunque meglio (o meno peggio) che guardare ciascuno lo schermo del proprio diverso “device” personale! Riandando più indietro nel tempo, basti considerare che il teatro era considerato pericolosamente diseducativo; oggi invece è una attività benemerita di educazione. La differenza sta in come si usa il mezzo e rispetto a quali alternative.

In un futuro non molto lontano, quando tutti saremo connessi e “tracciati” e quando i nostri “dati” saranno archiviati sistematicamente, ritiene che ci possa essere ancora spazio per lo spirito, per la meditazione, per la contemplazione?
DI MAIO
– Significativamente, una delle serie televisive che meglio descrive la nostra società permeata dai nuovi mezzi telematici di comunicazione si intitola Black Mirror. Lo schermo di telefonini e computer, quando è spento, sembra infatti uno specchio nero. Ma l’espressione è molto evocativa: in fondo, noi guardiamo nello schermo dei nostri dispositivi come in uno specchio, per riconoscerci. “Speculazione” era anticamente un sinonimo di “contemplazione”. San Bonaventura ha elaborato una spiritualità dello Specchio e della Specchiatura. Tuttavia, se io guardo nel “black mirror” non rientro in me stesso, ma esco da me; tutta l’operazione è al rovescio! Abbiamo bisogno invece di uno specchio trasparente che ci consenta di vederci e riconoscerci e riconoscere con riconoscenza in noi il Dono di Dio. Abbiamo un movimento da fare: da fuori a dentro, e da sotto a sopra. Questo è il “raccoglimento” che consente lo sguardo contemplativo.

(3 luglio 2017)


Bibliografia di riferimento
Roberto BUSA, Fondamenti di Informatica linguistica, Vita e Pensiero, Milano 1987
William IRWIN e altri (tra cui Slavoj ŽIŽEK), Pillole rosse. Matrix e la filosofia, edizione italiana a cura di V. Cicero, Bompiani, Milano 2006
Maurizio FERRARIS, Dove sei? Ontologia del telefonino, Bompiani, Milano 2005, 2011
Antonio SPADARO, Cyberteologia. Pensare il Cristianesimo al tempo della Rete, Vita e Pensiero, Milano 2012

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